Esercizio all'esistenza è un libro di poesie di Giuseppe Vetromile, Edizioni Puntoacapo, 2022, con prefazione di Ivan Fedeli.
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lunedì 19 giugno 2023

Motivazione del I° premio a Tramutola, 16 giugno 2023

 


In “Esercizio all’esistenza”, Puntoacapo Editrice, a me è piaciuta la coerenza stilistica della scrittura, il desiderio di raccontare in versi e la ricerca di trovare l’archetipo per allontanarsi dalla morte.

Un dolore che prova ad andare via, a sgusciare, cercando di resistere alla fatica esistenziale. Ma vi è in “Esercizio all’esistenza” anche una leggerezza applicata alla parola, giovani incrinature emotive, il fragile incanto per la vita.

Sul filo della memoria Giuseppe Vetromile ci conduce in un suo personale vissuto, mettendo al centro della consapevolezza il quotidiano, la fantasia, l’Eterno.

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Motivazione di Antonio Avenoso per il primo premio attribuito all’opera edita “Esercizio all’esistenza”, di Giuseppe Vetromile, Puntoacapo Ediz.

Giuria del Premio Nazionale Mons. Pecci, Tramutola (Pz), 16 / 6 / 2023

domenica 19 febbraio 2023

Una recensione di Maria Pina Ciancio su Tellus Folio

 19 Febbraio 2023

 

Fate di me soltanto un sussurro
o un silenzio d’amore inesploso

(Giuseppe Vetromile)

 

Mi accingo alla lettura dell’ultimo libro di Giuseppe Vetromile Esercizio all’esistenza uscito nel 2022 per le edizioni Puntoacapo Editrice, con prefazione di Ivan Fedeli e una significativa nota introduttiva dell’Autore stesso.

La raccolta, di 78 pagine, è divisa in sei sezioni: “Nella stanza”, “Allora la morte?”, “Questo amore”, “E poi avvisate i morti”, “Documento vuoto”, “Esercizio all’esistenza”. In essa, l’autore, con un fraseggiare ampio che si ramifica in un discorso lungo e ragionato, affronta i grandi dubbi e interrogativi dell’uomo sul senso della vita e della morte.

«Questi esercizi all’esistenza», scrive l’autore, «non sono altro che un modo di affermare l’ineluttabilità dell’arco temporale che ci è concesso qui, su questa terra, cercando di scongiurare, quasi di confutare o addirittura esorcizzare la cosa che più ci (mi) terrorizza: l’inanità, la vacuità, l’inerzia negativa, il decadimento e la disperazione di una vitalità che regredisce verso il confine ultimo del tempo e della materia».

Ciò che emerge fin da una prima lettura è che le poesie di questa silloge si collocano in un’area di sosta obbligata e appartengono a un momento di pausa e di riflessione dell’uomo-poeta Giuseppe Vetromile. Ne scaturisce una poesia dallo spaccato esistenziale febbrile, ricca di espressioni figurate, di simboli e di metafore, che si muove tra due abissi: da una parte l’infinitamente grande, l’estremo, il termine delle cose, e dall'altra l’infinitamente piccolo, il nulla.

Ed è proprio l’urgenza del dire e l’oscillazione tra questi due poli, che pone la sua poesia in costante tensione metafisica e le dà respiro, sbilanciamento e larghi movimenti.

Non sono stato pietra né diamante/ ma piccola particella incompleta/ frantumata/ dispersa nel regno terrestre/ senza uno scopo preciso/ e senza pace (p. 37).

Nella sezione “Allora la morte?” si fa dominante il pensiero alla morte come ‘soglia’. Se oggi viviamo il tempo dell’oblio della morte, con un tentativo perenne di rimuoverla, in passato c’era una modalità di pensare e vivere la morte che la innestava nell’esistenza, non la rimuoveva. C’era la necessità di prepararsi alla morte. E Giuseppe Vetromile, vive e agisce dentro questo solco, seppure con la consapevolezza che non saremo mai pienamente preparati ad accettarla ed accoglierla.

Avvertitemi quando sarà l’ora di partire/ che io possa prepararmi in tempo la borsa/ degli effetti personali e un ricambio/ di stringhe perché il cammino sarà lungo (p. 35).

Altro tema ricorrente nel libro, è quello sul senso della poesia e della scrittura “questa casa ha bisogno di te/ mia poesia” afferma infatti lo scrittore, nell’atto di creare talvolta in maniera quasi spasmodica e ossessiva. Di fatto, l’arte del poeta sta proprio nella capacità di utilizzare uno strumento così elementare e finito, come la scrittura, per esprimere qualsiasi cosa e rappresentare persino l’Infinito.

Tutta la raccolta si contestualizza metaforicamente in una “stanza”, tra gli oggetti comuni della vita quotidiana. Una stanza che diviene rifugio e limite al tempo stesso, ma pur sempre luogo in cui si conquista l’interiorità, si imparano quegli esercizi all’esistenza che dilatano il tempo. Quel tempo che è dimensione interiore personale, nutrimento per l'anima, il cuore e i sogni«L’uomo Vetromile tende a non arrendersi», scrive Ivan Fedeli nella prefazione, «pur nella consapevolezza della dispersione, della completa osmosi tra parola e atomo. L’equazione tra poesia e vita acquista credibilità allora, come antidoto al buio. È necessario conservare una traccia, una piccola eredità contro il nulla».

Si placa, dunque, la ricerca ossessiva di pensieri che possano dire-lenire questo indagare-scandagliare e si fa strada un senso di accettazione e di accoglimento, che è parte dell’esperienza umana, in cui non manca un pizzico di autoironia: “mi derido allo specchio incrinato”. Un percorso, o meglio una ricerca quella di Vetromile -di cui si sente appartenenza e condivisione- che consente di approdare con sguardo pacato e rinnovato sulle cose: “riprendere il cammino” per “darsi una possibilità di rinascita” con la consapevolezza che gran parte di me è andata via/ m’è rimasto un lumicino/ giusto per vedere/ nella penombra del cunicolo/ l’oro dei ricordi alle pareti (p. 70).

 

Maria Pina Ciancio


sabato 11 febbraio 2023

Nota critica di Irene Sabetta su "Formafluens", gennaio 2023

C’è una qualità particolare nella scrittura di Giuseppe Vetromile che, per chi lo conosce di persona, è anche un tratto distintivo della sua indole e dei suoi comportamenti: l’understatement. Questa parola, che non saprei tradurre esattamente in italiano, indica un “atteggiamento volutamente alieno da enfasi o retorica” e ancora, sempre dal Dizionario Treccani, un’ “intenzionale attenuazione della realtà nella presentazione di un fatto, che viene affermato o descritto non solo senza enfasi o esagerazione ma riducendolo a limiti molto inferiori alla sua reale importanza o gravità, in genere con il risultato di ottenerne per contrasto – suscitando un effetto di ironia – una sottolineatura ancora più efficace”.

Se questo è vero in generale per tutta la produzione poetica di Vetromile, è ancora più evidente in quest’ultimo libro in cui immediatamente il poeta si dichiara “libero di volare ma non oltre le vette dei mobili”; autoironia e avversione per l’autocompiacimento anche nei versi iniziali: “fogli di carta alla rinfusa in mezzo agli scaffali/ - poesie scritte sul retro/ naufragate sugli scogli dei concorsi”. Esercizio all’esistenza è un lungo, pacato discorso sulla pratica consueta del vivere, concepita come un allenamento costante che il poeta, nello spazio limitato ma protetto della sua “stanza”, giornalmente fa assieme alla sua compagna più prossima e fidata, la parola poetica, spesso personificata: “questa casa ha bisogno di te/ mia poesia”. Si tratta, appunto, non di un discorso sulla poesia ma, piuttosto, di una conversazione con la poesia riguardo alla sua materia più pregnante: il senso della vita. Nell’introduzione alla silloge, l’autore fornisce al lettore indicazioni chiare su quale sia il suo intento poetico e ci guida nella lettura. Il qui e ora costituiscono il punto di partenza per il “training” quotidiano che ha l’obiettivo di scongiurare il pericolo più grande per la nostra integrità individuale e per l’intera civiltà umana: l’inanità, la rinuncia a dare un senso alla vita, ciò che il poeta chiama “l’inerzia negativa”. Dichiarando la sua incapacità di capire fino in fondo il mistero “di questo mondo/ di questo mentre/ di questa stanza”, e assillato come tutti dal tempo che fugge, il poeta fa leva sui valori dell’umiltà e dell’onestà intellettuale e si appella alla forza salvifica della poesia come unica via d’uscita dall’amarezza di un mondo angusto e meschino. La poesia è la manna dal cielo: “quella parola che ti precipita per terra/ e che ti tiene unito al canto della luna”. E’ la vera medicina, senza “effetti collaterali”, che ridà vigore ai nostri sogni e risana le menti. Sono molti i riferimenti, nel libro, all’isolamento e allo stato psichico di desolata frustrazione indotti dalla pandemia, durante la quale l’identità è stata messa a dura prova: “qui tutto è ormai deturpato dalla nostra/ malattia” e “stamattina ho smesso di essere io”. La tentazione di “chiudere quellacasa” e lasciare il “documento vuoto”, rinunciando all’esercizio di se stessi e della finzione poetica tiene sospesa la volontà di dire (“salva/ non salvare/ annulla”) ma, infine, la ragione prevale “per cui la vita è sempre dentro le ombre” e l’irrinunciabile grazia della poesia prende forma nel libro che è sotto i nostri occhi e nelle nostre mani.

Nota critica di Irene Sabetta su “Formafluens”, International Literary Magazine, Nuova Serie, ANNO V – N.1 gennaio/aprile 2023 (Direttrice Tiziana Colusso) 

mercoledì 29 giugno 2022

Una nota di lettura di Agnese Coppola

La vita è una stanza che prima o poi bisogna abbandonare, ma intanto ognuno arreda il suo spazio,sceglie chi far entrare e chi lasciare alla porta.
GIUSEPPE VETROMILE in questa poesia, tratta da Esercizio all' esistenza, Puntoacapo edizioni, ci spinge all' esercizio della vita, della poesia. Noi prendiamo le misure. Tra il vuoto e gli oggetti che prendono spazio in una stanza, il poeta si interroga sulla significazione di quelle presenze - assenze e si prepara a guardare la stanza da fuori. I poeti non abitano mai un solo momento, un solo centimetro di spazio. I poeti si perdono un po' ovunque perché sono spettatori e vite cariche dei segreti della luce e dell'ombra . E come non pensare ai versi di Amelia Rosselli quando dice " c'è come un dolore nella stanza" , il dolore , a tratti è la vita, a tratti è l' amore.
"L' amore va preso a gocce di felicità/ quanto basta per sopravvivere/ tra una sigarettae l' altra"
E nella stanza, come sempre, ciò che invade insegna la mancanza del pieno e allora l' amore va preso a gocce , come se fosse un farmaco o un distillato da assumere con moderazione. La poesia di Giuseppe Vetromile è un esercizio raro e prezioso di filosofia, una scrittura carica di pura poesia.

Agnese Coppola

29/6/2022

domenica 20 marzo 2022

Nota critica di Gennaro Maria Guaccio

 

Note su Esercizio all’esistenza di G. Vetromile

Gennaro Maria Guaccio

 

    Il tema di fondo della poesia di Giuseppe Vetromile è una visione incerta della vita che segue sicuramente al crollo di ideali positivistici, sopraffatto dagli inganni (p.70), onde tutto appare senza senso, vuoto di significato o, per lo meno, agnostico. Che significa esistere? Egli si chiede. È un banale oscillare tra la nascita e la morte? Come asseriva Pascal e, semmai, aggiunge Vetromile, “misurato dal tempo”. Ma questa definizione poco soddisfa: cosa possiamo farcene? Essa è una constatazione, non una ragione. È come dire che il calore è quella cosa che entra ed esce [dai corpi] e si misura col calorimetro, come il nostro poeta scrive nella prefazione alla raccolta Esercizio all’esistenza. Anche questa definizione, pur non essendo falsa, nulla dice circa la natura del calore. Ma non è il fatto fenomenologico che interessi le considerazioni del nostro poeta: egli lo supera nella direzione dell’essere delle cose, come se il suo percorso fosse, almeno in parte, dalla fenomenologia di Husserl all’ontologia di Heidegger, dove l’implicazione del tempo diventa sostanziale ma, cionondimeno, strumento non agibile. Nell’ultima sua raccolta, Il lato basso del quadrato, Vetromile aveva visto il mondo, lo spazio esistenziale, come un confinamento in un gigantesco quadrato del quale i viventi occupano il lato basso: quello poggiato a terra. Sì che, sollevando lo sguardo verso l’alto, si scorgerebbe, o si potrebbe scorgere, forse, un universo altro irraggiungibile. Potrebbe ancor questo ricordare il Mito della caverna di Platone, ma non aperto alla stessa speranza, conscio, invece, di non poter risalire le pareti laterali del quadrato per sbucare lassù, in alto. Ora, in questa nuova raccolta, la dimensione nella quale il nostro poeta si colloca è la “stanza” di studio: la scrivania sulla quale ci sono fogli sparsi e “poesiole” che hanno rincorso l’illusione di un Concorso e che, però, anche qui con un forse, chissà potranno rappresentare una “traccia” del passaggio dell’autore in questa stanza, in questa vita. In altre parole, come per Ungaretti, ad esempio, nemmeno la poesia riesce ad essere sicuramente lo strumento per conoscere la realtà e soddisfare così il senso dell’esistenza. Ecco: insoddisfatti del vivere, riprendete la vostra vana corsa verso/l’orizzonte di nulla (p.67), questo è il punto. Insoddisfatti di fare e disfare versi e congetture: mi diletto a raccogliere sogni, egli scrive. E tutto questo è legato al semplice fatto del nascere e accorgersi di esserci, al dasein di Heidegger, alla coscienza desolata di Sartre e alla frattura dolorosa con la vita del suo personaggio, Antoine Roquentin, che da tre anni vive in una camera d'albergo, nel romanzo La nausea, con una stretta similitudine al nostro poeta nella sua “stanza” di studio. Tuttavia, qualche speranza di senso viene intravista sia nell’arte poetica: dirò vocali senza suono e borbottii vaghi (p.27), sia nella memoria presso i posteri: conservate di me qualcosa (p.39) e ricordati di me, mia cara (p.72), sia in un concetto-parola, definito “enorme”, ed è l’amore: questo amore bianco (p.36), un amore inventato per far luce (p.38), anche se l’amore è un rammendo sulla pelle scucita (p-45).

      Quest’ultimo lavoro di Vetromile è un libro di versi intenso, una splendida opera che, da una prospettiva molto umana, porta lo sguardo sull’avvilente condizione dell'uomo. Ogni pagina, ogni verso è una presa di coscienza su una verità che non si può intendere e una profonda riflessione sull'uomo di oggi.

 

Antonio Simone legge un brano del libro: "Ho provato ad ascoltarti"

La presentazione in diretta video con Puntoacapo - 29/3/22